• Ferrara

    Rider's Journal

  • Pedalare attraverso il cuore dell’Italia rinascimentale

    L’Italia l’ho attraversata con ogni mezzo. Ho percorso a piedi centinaia di chilometri nei sentieri di montagna; pedalato su piste ciclabili e strade sterrate di campagna; attraversato laghi pagaiando sopra una canoa; lasciato che lo sguardo si perdesse sui rettilinei dell’autostrada, quando in macchina il paesaggio ti cammina incontro veloce come una sfumatura.

    Poi sono arrivato a Ferrara, e certo non era la prima volta che ci passavo. La cinta muraria di quella città rinascimentale mi era sempre parsa la sintesi di quanto la provincia italiana fosse un concentrato di culture che si incontrano, a volte convivono tollerandosi, molto più spesso contaminandosi. 

    Dal Palazzo dei Diamanti al Castello Estense, nel cuore della città, sono poche centinaia di metri a piedi di Corso Ercole d’Este, ma decido di percorrerli con una bicicletta a pedalata assistita che mi è stata prestata dal mio amico Sergio. A Ferrara non è come a Genova, o peggio a Roma, dove pedalare sulle due ruote può essere un pericolo continuo. Qui la bicicletta fa parte dell’antropologia stessa dei cittadini.

    C’è una bella differenza tra il carattere di chi è costretto ad andare a lavorare percorrendo la città in mezzo al traffico, o schiacciato in un vagone di metropolitana, e chi arriva in ufficio riuscendo a cogliere i cambi di stagione, il freddo e il caldo sulla pelle, gli odori che mutano, si attenuano, si intensificano.

    In una giornata di primavera, Ferrara può apparire una città già troppo distratta, indifferente, sognante. Non sembra come tutte le città e i paesi attraversati dal Po. Ferrara non vive di una malinconia ostile, refrattaria. Il suo segreto è forse addirittura più sofferto che altrove e proprio per questo meno esibito. Con la e-bike decido di attraversare tutto il centro, costeggiando la Cattedrale, passando per il Ghetto, fino al Museo Schifanoia. Non sono il solo a usare questo mezzo di trasporto. Bici comuni ce ne sono ancora, ma in molti ormai hanno scelto la mobilità elettrica, dai più giovani ai più anziani. 

    Capisco davvero che le scelte ecologiche e sostenibili in certi luoghi d’Italia sono non soltanto un’ondata di modernità intelligente che oltrepassa le generazioni, ma anche la consapevole virtù di una comunità che non vuole restare indietro o arrivare in ritardo all’appuntamento con la vita. Con la mobilità elettrica la vita si semplifica per chiunque, anche per i più anziani che non vogliono e non devono rinunciare ai luoghi che hanno calpestato da sempre ma che raggiungerebbero magari con una difficoltà maggiore.

    Avevo guardato l’orologio non più di mezz’ora prima e già avevo tagliato in due Ferrara da est a ovest. Mi fermo a un bar per prendere una bevanda fresca, mi siedo a un tavolino all’esterno. Accanto al marciapiede sono parcheggiati una decina tra monopattini e biciclette elettriche. Parcheggio lì anche la mia. Vicino al tavolino esterno dove mi siedo, due anziani bevono il caffè, discutono di politica leggendo la prima pagina del «Resto del Carlino». A un tavolo più distante due ragazzine ascoltano chissà quale musica, dividendosi ognuna un auricolare.

    Non sento l’ambigua soglia in cui lo stress è pronto a esplodere, ma una vita che vive con i suoi tempi, i suoi ritmi; una vita che si prende anche il tempo per discutere e per prendere un caffè, che affronta le preoccupazioni ma non si priva del tempo perso, il solo tempo capace di rendere gli uomini più umani, più rispettosi, anche più creativi.

    An experience of Articolo F. Quaranta